Acque interiori

Acque interiori

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Segni Sull'acqua


Il progetto si rivolge alle acque “interne”, con l'obiettivo di evocarne l'“interiorità”, cioè la proprietà di incorporare una dimensione immateriale, ovviamente non esplicita, che diviene occasione di ideazione figurativa. L'indagine fotografica si propone pertanto di esprimere un rapporto intimo con le acque, con la loro natura spirituale prima ancora che fisico-biologica o geografica. L'elemento naturale contiene ed evoca significati che sono da sempre oggetto della riflessione umana, religiosa o filosofica, ma anche artistica. Il progetto propone un’investigazione su tali significati, a partire dall'esperienza estetica del paesaggio. Tale “esperienza” vuole essere avvicinamento, ascolto e dialogo, in qualche modo compenetrazione con il paesaggio stesso: tentativo di comprensione di ciò che è esterno e di ciò che è interno a noi.

La carica immateriale del paesaggio dell'acqua, peraltro, non va considerata soltanto come forza intrinseca all'elemento naturale; ma anche come espressione di una “conformazione”, ossia prodotto della sedimentazione dell'intervento umano. Sicché, in certi contesti ambientali, i segni antropici sull'acqua sono sì testimonianza dell'attività dell'uomo, ma sono anche divenuti elemento “connaturato”, fuso, integrato con quello naturale. Questa integrazione si colloca tra gli elementi che dal paesaggio dell'acqua emergono alla riflessione e interpellano problematicamente l'ideazione creativa, sfidandola.

Far sì che il paesaggio dell'acqua diventi un pensiero, fino a spingerlo verso la meditazione. Non certo in un attimo, ma soffermandosi oltre l'attimo; non cercando l'istante, ma elaborando il momento. Da qui si struttura la proposta espressiva e comunicativa: invitare chi guarda a ripercorrere la mia stessa esperienza di introspezione.

Ciò che è rappresentato nelle fotografie di Acque interiori non è l'oggetto fisico, non è l'elemento naturale, ma è ciò che si può sentire promanare da questi. Tale “sentire” è comunque un moto dell'intelletto e dell'anima; un'esperienza di conoscenza attraverso un misto di emozione e di riflessione. Una ricerca interiore, che peraltro non si ferma in un determinato momento, potendo elaborarsi e rielaborarsi successivamente.

Anche chi fa della natura un’occasione di spettacolarizzazione cerca un senso da assegnarle, ma forse tende a proporre una messa in scena che usa il linguaggio standardizzato dello spettacolo stesso, ed è quindi – troppo spesso – iperbolica, semanticamente rumorosa; pretende che questo sia un linguaggio universale e pertanto universalmente comprensibile. A causa della grande diffusione di questo linguaggio, proporre immagini che rifuggano dai codici e dagli schemi della spettacolarità mediatica risulta ostico.

Eppure, che le acque incorporino una dimensione interiore, ossia spirituale, non vuol dire che il cercare di estrarla e di esprimerla sia esente da attese, o addirittura pretese di tipo estetico, nel senso (in questo caso) della ricerca del “bello”: aspetto ineliminabile dell'espressione figurativa e della comunicazione che ne deriva, che però deve basarsi su di una comunione di sensibilità. Solo se questa corrispondenza si verifica, si riesce a trasmettere un insieme di suggestioni percettive e quindi a proporre un “discorso”, che consenta al fruitore di ricostruirlo e appropriarsene.

Il progetto è stato realizzato seguendo tre approcci iconografici, che non prefigurassero sezioni distinte, ma fungessero da classificatori delle idee. Li ho denominati “AcquaCielo”, “Segni sull'acqua” e “Manufatti di sponda”. ACQUACIELO Il cielo diviene opportunità di estensione e quindi di superamento della finitezza dell'orizzonte, cioè superamento del confine dello spazio fisico. Contemporaneamente, il cielo si ripete sull'acqua e nell'acqua, trovando a sua volta una possibilità di estensione. Il connubio acqua-cielo assume diverse possibili forme: commistione, rispecchiamento, imitazione, amplificazione, ridisegno. SEGNI SULL'ACQUA Presenze sull'acqua, come fossero fregi, grafie, linee, schizzi fatti a matita. Apparizioni e rivelazioni contro la luce, sulla superficie. Sembianze di costruzioni lignee giustapposte sull'acqua. Elementi dell'attività dell'uomo che si integrano nell'ambiente naturale, rappresentando segni “connaturati” del paesaggio dell'acqua. Pali, mazzi e serie di pali, fatti con tronchi d'albero, conficcati sul fondo ed emergenti, che proiettano la loro presenza sulla superficie ma anche verso il sole e il cielo, proponendo un altro dialogo. Si accompagnano di sovente ad altre presenze, discrete, come ancelle o come involontari coprotagonisti. Si tratta di uccelli, ma soprattutto di segmenti di luce, specchi, striature, bagliori. MANUFATTI DI SPONDA Proiezioni sull'acqua, protuberanze artificiali della riva. Avamposti della sponda. Segno marcante dell'attività umana, ma anche segno della commistione armonica tra artefatto e naturale. Possono portare lo sguardo verso l'acqua e l'orizzonte. Piattaforme di fuga per il pensiero, o anche punto di appoggio per emozioni che potrebbero perdersi nell’eccesso di profondità dello spazio. Scansioni ritmiche di elementi materiali sullo sfondo di ciò che è fluido e indefinito. Oppure, possono rimanere entro nicchie di paesaggio di cui diventano segno caratteristico, sempre magicamente integrati nell'insieme.

L’indagine ha carattere monografico, essendo realizzata interamente sul Lago Trasimeno, ecosistema in cui la ricerca di significato sopra delineata sembra poter dare risultati molto fecondi. Tuttavia, come nel mio lavoro sul paesaggio urbano, vi è un preciso intento meta-geografico: ogni luogo è ovviamente un luogo preciso, ma costituisce anche il referente di una rappresentazione che si astrae da quel luogo stesso.

In totale la mostra si compone di circa trenta opere, realizzate con due tecniche: stampa in bianco e nero ad alto contrasto; stampa a colori su carta velina increspata (crapping). Entrambe le tecniche hanno lo scopo di distanziare in modo “metafisico” l’immagine dal soggetto fotografico, per meglio aderire agli scopi del lavoro. Il progetto si è avvalso della consulenza iconografica di Cristiana Palma e di Antonio Manta.